L'AI oggi? Uno scontro tra 5 fazioni. Una mappa per orientarsi e capire dove siamo davvero
Come la vedono euforici e scettici, idealisti e interessati, ma soprattutto... come la vede chi conosce l'AI sul serio
Original in Italian; automatic translation into English available here.
Intro
Tra un mese circa, il 30 novembre 2025, ChatGPT spegnerà il suo terzo compleanno. È ancora un bambino, eppure mi sembra che sia stato con noi da una vita!
Prendo lui - e più in generale tutti i lavori di OpenAI - come punto di riferimento per il passaggio al mondo mainstream dell’AI generativa.
Quello che un po’ temevo è che in questi tre anni la forchetta tra hype (spesso interessato) e realtà si è ampliata, nonostante il lavoro di divulgazione che tanti fanno in diverse modalità.
E allo stesso modo si sono polarizzate tante fazioni diverse, sempre più lontane tra loro. A mio avviso è molto interessante capire come si muovono: nessuno ha la verità in tasca e capire il perché di certe posizioni aiuta sicuramente a farsi una propria idea.
Ci pensavo mentre ascoltavo l’ultima intervista di Andrej Karpathy, rilasciata il 17 ottobre 2025 con Dwarkesh Patel: una lunga chiacchierata di 2 ore e mezza, molto densa a livello intellettuale e straordinariamente utile per capire a che punto siamo davvero con l’intelligenza artificiale.
Metabolizzare a fondo quanto sostiene Karpathy richiede sicuramente tempo e basi solide sull’argomento, ma ragionando su questa e tante altre fonti mi sono reso sempre più conto che si sono create 5 fazioni nel mondo dell’AI, sempre più omogenee al loro interno e distanti tra loro.
Una rappresentazione su due assi
La mappa non è il territorio, come si suol dire, e tutte le rappresentazioni non possono che essere in qualche modo riduttive.
Alcune però sono migliori di altre. E nel mondo dell’AI vedo due grosse contrapposizioni:
Competenza vs. narrazione: c’è chi ama sporcarsi le mani, studiare e capire a fondo concetti ad alta complessità, e chi invece preferisce ascoltare una storia, magari immaginandosi un futuro a prescindere dai dettagli tecnici del “qui e ora” - in qualche caso, vedendo più in là di quanto la tecnologia permetta oggi.
Entusiasmo vs. cinismo: tra chi prende l’innovazione con slancio positivo a priori e chi vuole restare ben ancorato con i piedi per terra, dimostrando resistenza alle mode del momento, ma a volte sminuendo momenti di oggettiva discontinuità.
Lo dico in trasparenza: l’entusiasmo competente è qualcosa che vedo molto vicino al mio modo di essere - e se seguite anche solo qualche minuto dell’intervista di Karpathy, lo potete vedere at scale, con gli occhi di una delle più grandi menti contemporanee che si illuminano e che sorridono quando parlano di AI, di come funziona e di cosa ci aspetta.
Ma penso che si possa imparare tanto anche cercando di capire gli altri punti di vista. Passiamoli in rassegna.
Il mercante astuto
When I go on my Twitter timeline, I see all this stuff that makes no sense to me. A lot of it is, I think, honestly just fundraising.
Dice bene Karpathy. Attualmente, a livello mediatico l’AI è dominata da soggetti con un ovvio interesse economico:
Fondatori e CEO di aziende tech, interessati a raccontare una realtà edulcorata in vista di round di investimento, IPO e affini
Società a contorno, come consulenti e system integrator, in cerca della propria fetta di torta
Investitori interessati a valorizzare il proprio portafoglio di aziende AI, su multipli spesso surreali
Prendiamo l’italo-americano Dario Amodei, fondatore di Anthropic, probabilmente il rivale numero 1 di OpenAI.
All’inizio del 2025 ha dichiarato che nel giro di 3-6 mesi il 90% del codice sarebbe stato scritto dall’AI e quasi il 100% nel giro di 1 anno. Detto da chi vende uno dei più diffusi coding assistants (Claude Code), non può certo suonare disinteressato!
Sarà un termine un po’ antico, ma la definizione di mercanti mi sembra abbastanza adeguata per la categoria, molto variegata al suo interno, ma mossa da un chiaro interesse comune.
D’altro canto, l’AI ha avuto l’accelerazione a cui abbiamo assistito negli ultimi anni grazie ad investimenti mostruosi. La sola OpenAI ha raccolto finora circa 60B$, pur avendo un burn rate di svariati miliardi di dollari l’anno e tanta concorrenza. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza investitori entusiasti e… interessati.
Il sognatore spensierato
Incredibilmente, vicino ai più scaltri businessmen c’è una categoria che condivide l’amore per la narrazione e l’entusiasmo verso l’AI: i sognatori.
Influencer, opinionisti, innovatori di professione, che spesso sono passati dalle crypto, al metaverso, infine all’AI. Più che nell’AI in sé, vogliono credere in un “ideale di AI”, in un percorso di innovazione inevitabilmente positivo.
Spesso non hanno mai scritto una riga di codice, nemmeno un hello world. E certo, se per occuparsi di AI e soprattutto delle sue applicazioni non bisogna necessariamente essere Karpathy, avere una comprensione che vada oltre l’uso basilare di ChatGPT non è un optional.
Il rischio dell’ingenuità è trovarsi in una realtà che giorno dopo giorno è più lontana dal sogno… ma ottimismo naïf ed entusiasmo disinteressato sono comunque un carburante fondamentale per alimentare la crescita dell’AI.
Il luddista infastidito
All’estremo opposto dell’entusiasmo dei sognatori troviamo i neo-luddisti.
Da un certo punto di vista, è difficile dar loro torto, soprattutto quando rappresentano alcune categorie fortemente colpite dall’avvento degli strumenti di Generative AI. Innegabilmente siamo di fronte ad una discontinuità forte.
Del resto, la situazione è la stessa dei venditori di ghiaccio con l’avvento dei frigoriferi: c’è poco da fare, l’innovazione tecnologica modifica il mercato, comprimendolo da qualche lato ed estendendolo su altri.
Tante posizioni su questa lunghezza d’onda mi sembrano un po’ donchisciottesche, ma sono anche l’antidoto ad un certo buonismo che è ben rappresentato dalla frase che apre un noto articolo di HBR di un paio d’anni fa:
AI Won’t Replace Humans - But Humans With AI Will Replace Humans Without AI
Frase sicuramente vera, almeno in parte, ma da prendere con attenzione per non farsi rassicurare troppo… come ben rappresentato da questo meme che spopola da qualche mese.

Il sapiente disorientato
Un’altra categoria affascinante è quella dei vecchi saggi, dei sapienti, che vedo molto ben rappresentata all’interno dell’accademia, a prescindere dagli aspetti anagrafici, soprattutto in quei contesti lontani dal mondo delle Big Tech dove l’AI si sta sviluppando.
Il motto ricorrente è semplice: AI, LLM, agenti… altro non sono che grandi motori statistici, i cosiddetti pappagalli stocastici introdotti con un famoso paper del 2021. Riproducono pedissequamente quello che hanno imparato, a partire dai dati su cui sono stati addestrati.
Diciamolo: formalmente hanno perfettamente ragione. Le AI non sono esseri senzienti, non sono magia, e nemmeno intelligenze nell’accezione umana del termine. Ed è fondamentale ricordarlo, di tanto in tanto.
D’altro canto, potremmo dire che un computer è una grande calcolatrice, con un’incredibile quantità di memoria. Oppure che internet è una rete di computer interconnessi, che scambiano bit attraverso protocolli prestabiliti. Sono entrambe affermazioni difficili da smentire, ma penso si possa convenire che sono riduttive e non colgono appieno la portata di queste innovazioni.
Personalmente trovo le posizioni dei sapienti un po’ parziali. La mia impressione è che molti siano rimasti fermi ai primi sviluppi dell’AI generativa e alle versioni gratuite: non dimentichiamo che solo il 5% degli utenti di ChatGPT usa le versioni a pagamento e di questi, almeno fino a 3 mesi fa, solo il 7% usava i più evoluti motori di ragionamento. In altri termini, solo 1 utente di ChatGPT su 300, fino a poco fa, aveva sperimentato con i modelli più avanzati. Sfido a definire pappagallo un motore di AI che vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi Internazionali di Matematica.
Ma come contraltare a sognatori e mercanti, i sapienti sono un bilanciamento assolutamente necessario.
Lo sviluppatore visionario
Arriviamo all’ultima categoria, di cui Karpathy è l’alfiere indiscusso.
Sono coloro che stanno creando l’AI, una riga di codice alla volta. Ad ascoltare i più brillanti tra loro si capisce che sono più vicini ai geni rinascimentali che a semplici tecnici.
Don’t write blog posts, don’t do slides, don’t do any of that. Build the code, arrange it, get it to work. It’s the only way to go, otherwise you’re missing knowledge.
(argh, io sto scrivendo un blog post!)
Karpathy è molto chiaro come sempre, alla fine è il codice che ha ragione. Senza Attention is all you need, celebre paper del 2017, probabilmente saremmo indietro di qualche anno rispetto all’AI di oggi. Senza piattaforme che vivono di codice e di dati, come Github e Hugging Face, l’AI sarebbe ancora relegata a qualche laboratorio e a pochi eletti.
Ascoltare chi è in prima linea è fondamentale, anche per bilanciare aspettative e incomprensioni delle fazioni precedenti. Ad esempio:
Non siamo nell’anno degli agenti AI, siamo nel decennio degli agenti AI (con buona pace delle timeline irrealistiche propinate da tanti mercanti)
Non parliamo di intelligenza umana e neanche animale… ma sì, dobbiamo abituarci ad una diversa tipologia di intelligenza, con un’architettura (quella dei transformer) che si è dimostrata valida per una varietà di compiti e mezzi (testo, audio, video, etc.) - anche se non è certo paragonabile alla complessità delle varie funzioni del cervello umano
Conclusioni
Bastano quindi solo gli sviluppatori visionari nel mondo dell’AI?
Lo confesso: ogni tanto vorrei che fosse così! Meno interessi, ingenuità, qualunquismo… meno teatro attorno all’AI e più passione, competenza e risultati senza fronzoli. E mi auguro che personaggi come Andrej Karpathy, adorati nel mondo dei nerd, abbiano sempre maggiore visibilità anche tra manager, professionisti, persone comuni.
Poi guardo la realtà, articolata su tanti strati: è evidente che non bastano solo quelli che vivono sulla frontiera dell’innovazione, dove tutto ciò che è superato da qualche mese è già legacy e di scarso interesse.
Ad esempio Karpathy parla molto di agenti AI, definendoli “slop” (approssimativi, grossolani) e facendo chiaramente riferimento agli agenti autonomi in senso stretto, l’ultimo livello nell’immagine sottostante.
Corretto e condivisibile, ma una parte sostanziale del mondo (specialmente quello delle imprese) deve ancora arrivare ai livelli precedenti (ne ho parlato qualche mese fa) e ci vorranno ancora anni prima che adottino i veri agenti autonomi.
E che dire poi di regolatori/eticisti? Anche loro sono importanti e forse rappresentano una sesta fazione, all’incrocio degli assi. Non li ho inclusi in quanto inevitabilmente più arbitri che giocatori, ma su una tecnologia ad ampio impatto sociale non possono essere dimenticati.
Quello di cui sono sicuro è che c’è bisogno di tanti punti di vista ed esperienze diverse. L’AI non è monodimensionale.
E come diceva Marie Curie: è tempo di capire di più, per temere di meno.






Credo che l'articolo centri pure un problema: perchè l'A.I. fa paura a tanta gente.
Tutte le figure che hai citato sono infatti necessarie ed ognuna di loro, con la sua peculiarità, potrebbe un giorno diventare un attore protagonista del cambiamento (oltre a migliorare la propria posizione), mantenendo vivo "il sogno": con gli agenti A.I. invece, "fa tutto l'A.I." e non si capisce chi c'è dietro per cui collassa l'immagine della società che abbiamo. Che ne pensate?