Servono ancora i "lavoratori tech" nel post-AI?
Evidenze da oltre oceano e qualche considerazione data-driven
Original in Italian; automatic translation into English available here.
Intro
Boris Cherny non è certo il primo nome che viene in mente quando si parla di Intelligenza Artificiale. Non è un frontman come Sam Altman o Dario Amodei, non è un idolo dei nerd come Andrej Karpathy o Sebastian Raschka, non è di sicuro un uomo che occupa le prime pagine dei giornali, e nemmeno le homepage dei siti tech.
Quest’uomo, che vedete in foto, è il responsabile di Claude Code e suo primo sviluppatore.
Per chi non ha troppo le mani in pasta, sto parlando dello strumento di agentic coding più in voga degli ultimi mesi: di fatto è un tool sviluppato da Anthropic a cui possono essere assegnati compiti di scrittura di codice anche molto complessi, potenzialmente anche lo sviluppo di un’applicazione da zero o il suo completo refactoring. In accoppiata con le API dei LLM della stessa Anthropic, ma anche con quelle di altre aziende, di fatto sembra essere l’equivalente AI di un software engineer navigato: competente, preciso e soprattutto capace di scrivere codice no-stop 24/7/365, alla velocità della luce. Beh, conosco alcuni esseri umani che non ci vanno troppo lontano… ma diciamo la verità: è uno strumento impressionante.
Giusto qualche settimana fa, alcune dichiarazioni di Cherny hanno apparentemente dato il colpo di grazia ai professionisti del codice, quei developer che negli ultimi 20 anni hanno sancito il successo delle aziende tech. In rapida progressione:
Il terreno è stato preparato da Andrej Karpathy, che ha dichiarato che il nuovo linguaggio di programmazione è… l’inglese, affiancato da Jensen Huang (CEO di Nvidia) che ha sostenuto che i ragazzi oggi non dovrebbero imparare a programmare.
È seguito appunto nella prima metà del 2025 il rilascio di Claude Code (e di altri equivalenti delle principali aziende di AI), agenti autonomi nel senso stretto del termine.
Boris Cherny, come se non bastasse, ha dichiarato che ormai Claude Code scrive il 100% del proprio codice e che lui, in prima persona, non scrive più una riga da Novembre 2025.
Aggiungiamoci tanto qualunquismo, come quello di chi dichiara: “non so scrivere una riga di codice, ma ho sviluppato la mia prima app per mandare l’uomo su Marte in 10 minuti netti”.
Oppure le opinioni (assolutamente disinteressate!) delle tante società di AI transformation, pronte ad interpretare queste novità come fonti di efficientamento per qualsiasi azienda… non pro bono, naturalmente.
Insomma, il quadro è tetro per chi si occupa di tecnologia… ma ne siamo sicuri?
Reality check, dati alla mano
“Talk is cheap, show me the code”, diceva un tale che molti presunti esperti di AI non conoscono.
Io farei una piccola modifica: più che il codice, in questo caso è utile andare a vedere i dati.
La domanda è semplice: quali sono i profili che oggi le aziende tech come Anthropic stanno cercando di assumere? Se la narrazione fosse confermata dai fatti, dovrebbe esserci penuria di ruoli tech.
Sono partito proprio da questa azienda, che ha sviluppato Claude Code e che è tra i principali competitor di OpenAI. Un’azienda fatta in larga parte di tecnici, ingegneri, ricercatori, come tutte le Big Tech.
Queste sono le posizioni aperte a Marzo 2026.

Ho provato a riclassificare i ruoli in poche famiglie di uso comune anche in Italia, ed ecco il risultato:
Surprise, surprise, nonostante il 100% del codice sia scritto dalle macchine, le figure tech sono sempre le più ricercate. E questo nonostante un fortissimo investimento sul fronte commerciale, testimoniato da oltre 130 sales da assumere in giro per il mondo.
Quindi un’azienda tech come Anthropic, giovane e con pochi sistemi legacy, e soprattutto davvero AI-driven, non solo non indietreggia sulle figure tech… ma investe soprattutto su loro.
Quindi non bastava dare “Claude Code” a chiunque, dai product owner alle persone di marketing? Evidentemente no. Non lo pensano nemmeno gli stessi creatori di Claude Code, a giudicare dalle persone che stanno cercando.
Quindi non sta cambiando nulla? Spoiler: sbagliato
Giusto per chiarezza, da tempo sono convinto che l’AI avrà un impatto molto ampio sul mondo del lavoro. Nel breve termine, soprattutto sui colletti bianchi. Penso però che gli esperti di tecnologia abbiano dalla loro tanti vantaggi.
Una demo non è una soluzione in produzione
Faticosamente, ma lo stanno capendo tutti: una demo con gli effetti speciali non è neanche lontana parente di una soluzione in produzione, affidabile, testata e soprattutto incastonata in un’architettura complessa di sofware e infrastrutture, come quella di qualsiasi grande azienda.
E non apriamo il vaso di Pandora della sicurezza: se si confonde una demo con una soluzione debitamente rinforzata, si rischia di fare qualche brutta figura. L’ultima di una lunga serie è l’hackeraggio di Lilli, il chatbot di McKinsey.
Per gli individual contributor: il “mindset tech” è insostituibile
Il fatto che chiunque possa usare un agente AI non implica che lo sappia usare con quella mentalità che è tipica di chi si è sporcato le mani in prima persona.
Quindi: ben venga dare la possibilità a tutti di sperimentare, di provare, di capire. Ben venga ridurre il tempo per fare un mockup e poi una demo. E ben vengano strumenti evolutissimi, che in mani esperte sono un acceleratore incredibile.
Chi lavora nel tech è da sempre abituato a mettersi in discussione, imparare nuove tecnologie e nuovi strumenti: avere questo approccio rappresenta una marcia in più.
Per i manager: è la “tech leadership” il vero collo di bottiglia
Quello che faccio nel mio quotidiano professionale, ma anche in diverse attività parallele, è mettere in pratica e diffondere il concetto di “tech leadership”. Non è scrivere codice, e nemmeno soltanto fare scelte su tecnologie, framework e affini: è creare una visione tecnologica che sia ben allineata alle vere esigenze di business dell’azienda. Dove Dati, AI e strumenti moderni non sono solo un accessorio: sono il cuore attorno a cui una società può crescere ed evolvere.
Tutto questo, non su un bel Powerpoint, ma nello sviluppo di ogni progetto, da quelli più ampi e strategici, a quelli più puntuali e circoscritti.
Come cambia la scala valoriale per tech people
Per supportare questo percorso, è inevitabile un cambiamento anche nel profilo delle persone tech.
Personalmente, sono un ingegnere e prendo spesso in giro la categoria a cui appartengo, fatta spesso di persone brillanti e capaci, ma a volte più a proprio agio con il codice che con gli esseri umani. Amo i nerd che sanno immergersi in un problema o in una tecnologia per ore e giorni, senza bisogno di fastidiose interazioni umane. I personaggi alla Linus Torvalds (soprattutto quando diventano un po’ più civilizzati).
Il problema è che il mercato li amerà sempre di meno.
La mentalità serve, la competenza pure, ma per chi non si chiama Torvalds, serve anche altro.

Un buon punto di partenza per capire quali saranno le figure tech di successo nel futuro (ma secondo me anche nel presente) è guardare ai cosiddetti Forward-Deployed Engineer (FDE), su cui lascio l’approfondimento del Pragmatic Engineer.
Questo ruolo è stato reso famoso da Palantir, che ha iniziato a parlarne già nei primi anni 2010.
Un FDE ha le competenze di un ingegnere (o figura STEM affine), ma unisce un approccio consulenziale e orientato al cliente, interno o esterno che sia.
Saper scrivere, saper parlare, saper ascoltare: un po’ è un cliché, ma penso davvero che non fossero le principali skill di un tecnico fino a poco fa. Ora diventano un must, non più un semplice nice-to-have.
Conclusioni
Dal lancio di ChatGPT a fine 2022, si sono moltiplicate le Cassandre sul futuro dei tecnici.
A dire il vero, non è stata la prima volta: in origine è stata l’introduzione delle interfacce grafiche (le GUI), poi è stata la volta degli strumenti low-code o no-code. Già in quei casi, l’illusione che le competenze tecniche fossero superflue si è rivelata per quello che è: un’illusione, appunto.
Ma questa volta sembrava diverso: il grafico - diventato virale a inizio 2025 - sull’andamento dei job posting come software engineer in America sembrava chiaro e ineluttabile. E la velocità degli sviluppi dell’AI non sembrava far altro che accelerare questo trend.
Non ho la pretesa di conoscere il futuro - e anzi invidio un po’ chi sa essere perentorio in questo periodo frenetico - ma al momento la situazione sembra essere diversa.
Sta sicuramente cambiando il profilo delle persone con competenze tech che riescono ad avere successo sul mercato, ma a quanto pare la tendenza si è invertita, facendo segnare una ripresa nella ricerca di professionisti tech.
Mi viene in mente il paradosso di Jevons: quando una tecnologia rende l’uso di una risorsa più efficiente, spesso il consumo totale della risorsa aumenta invece di diminuire.
I computer di oggi sono molto più efficienti di quelli di 5, 10 o 20 anni fa, non c’è paragone: ma questo non ha portato ad una riduzione nell’energia consumata dalla totalità dei computer. Ha portato ad una maggiore diffusione dei computer e quindi ad un maggiore consumo energetico complessivo su questo fronte.
Io penso che sarà così anche con il codice ed il mondo della tecnologia in generale: sarà sempre più economico generare codice, quindi finiremo col generarne sempre di più e avremo sempre più bisogno di persone competenti su questo fronte.
L’AI non eliminerà i developer. Eliminerà quelli che non sapranno evolversi.
P.S.: giusto in quei 2-3 giorni tra bozza e pubblicazione di questo articolo, ho intercettato il grafico sottostante. Lupus in fabula.










Il mercato andrà a premiare tutte quelle figure ibride che sanno parlare sia al mondo tech che al mondo business. Sarà interessante vedere poi come evolveranno le organizzazione.
La mia speranza è che le divisioni nette (e relative battaglie interne) tra IT, prodotto, dati, Sales,etc andranno sparendo.
Non sono un programmatore, ma ho basi tecniche...credo che la differenza è saper cosa chiedere e avere un contesto almeno teorico per fare le domande giuste. Saper esprimere nel modo corretto un requisito, anche funzionale, non è per niente banale e più si ha la conoscenza di cosa si vuole ottenere e un' idea di come ottenerla e più è facile ottenere dei buoni risultati. Questo vale con e senza AI secondo me, solo che ora SEMBRA più facile e si tende a banalizzare la competenza.
Mi viene in mente un parallelismo con la fotografia: oggi tutti noi abbiamo smartphone con qualità della fotocamera eccezionale... significa che siamo tutti fotografi? Assolutamente no..vedo troppe foto brutte ancora in giro, eppure la tecnologia è diventata democratica. La competenza non si compra, certo che ora potenzialmente può essere più facile crearsela